Svalbard, la fine dell’Artico “pacifico”
(Post #166) Dalle miniere sovietiche al caso snow crab: come Oslo sta ridefinendo i confini della sovranità nel Grande Nord
Dopo aver seguito a lungo nelle ultime settimane le dinamiche del Medio Oriente allargato, è utile spostare l’attenzione su un’altra fabbrica di instabilità che sta emergendo come uno dei principali generatori di instabilità globale: l’Artico.
Negli ultimi anni, il Grande Nord è tornato ripetutamente al centro dell’attenzione anche dei non addetti ai lavori, anche a seguito delle ripetute dichiarazioni del Presidente Trump sull’interesse statunitense per la Groenlandia. A molti queste uscite possono apparire eccentriche, figlie dell’immagine che l’inquilino della Casa Bianca si è ritagliato. In realtà, sono il sintomo di un cambiamento epocale e riflettono il crescente valore strategico dell’Artico nelle dinamiche geopolitiche globali.
Perché le Svalbard contano
Per comprendere quanto l’Artico stia acquisendo rilevanza strategica, è utile affrontare un caso concreto: l’Arcipelago delle Svalbard, che rappresenta una prova empirica di questo cambiamento. In questo luogo sperduto del nord del mondo, infatti, le nuove dinamiche geopolitiche stanno producendo effetti tangibili anche sul comportamento di attori tradizionalmente più cauti. La Norvegia, storicamente orientata a una politica estera prudente e cooperativa, ha progressivamente alzato i toni, adottando una postura più assertiva nella difesa dei propri interessi nell’arcipelago. È proprio questo slittamento da moderazione a maggiore assertività in un contesto che è periferico solo in apparenza, a rendere le Svalbard un indicatore particolarmente significativo della crescente centralità strategica del Grande Nord.
Un arcipelago a metà strada tra Norvegia e Polo Nord
Partiamo con ordine spiegando perché l’arcipelago occupi un posto molto particolare nel quadro geopolitico dell’Artico e nel diritto internazionale. Le isole Svalbard si trovano nell’Oceano Artico, a circa metà strada tra la Norvegia continentale e il Polo Nord. L’arcipelago è situato tra il 74° e l’81° parallelo nord, e ospita uno degli insediamenti umani permanenti più settentrionali al mondo. Rappresentano una porta d’accesso strategica all’Artico, affacciate sul Mare di Barents a sud e sull’Oceano Glaciale Artico a nord, si collocano lungo rotte sempre più rilevanti sia per il traffico marittimo sia per la difesa degli interessi delle grandi potenze.
Alla base di questa unicità “giuridica” vi è un trattato internazionale firmato il 9 febbraio 1920 a Parigi da un gruppo di paesi1. Tale trattato riconosce la sovranità territoriale della Norvegia sull’arcipelago ma al tempo stesso attribuisce ai paesi terzi firmatari del trattato condizioni di non discriminazione nell’accesso e nello sfruttamento economico delle isole. Peraltro il trattato prevede la possibilità di adesione da parte di altri paesi tramite una comunicazione al governo francese depositario dell’accordo. In questo senso il trattato si definisce fin dall’origine un accordo a regime multilaterale aperto.
Da terra di nessuno a laboratorio geopolitico
Per comprendere le ragioni di questa vera e propria anomalia dobbiamo tener conto che il trattato è stato firmato in una fase storica nella quale si stavano ridefinendo i confini dopo la Prima guerra mondiale. Sul piano economico siamo nel pieno di politiche industriali nazionali orientate ad assicurarsi nuove fonti energetiche e materie prime. A lungo l’arcipelago, privo di popolazione autoctona e di una sovranità riconosciuta è stato una sorta di “terra di nessuno”. Questa condizione poteva funzionare finché l’intensità economica rimaneva limitata e i conflitti tra operatori erano gestibili mediante consuetudini, accordi informali o protezioni di fatto. Ma tra tardo Ottocento e primo Novecento, l’Artico smette progressivamente di essere soltanto un “margine” geografico: diventa un orizzonte di risorse, un laboratorio scientifico e, soprattutto, una variabile di potere.
Con l’avvio e lo sfruttamento dell’attività mineraria (carbone in primis) il vuoto giuridico si trasforma in una situazione non gestibile ad alto rischio di frizione tra gli Stati.
in questo contesto matura l’idea di un trattato per riconoscere una sovranità – quella norvegese – ma condizionata con un regime di accesso equo per gli altri firmatari.
Tra i tanti contributi accademici e di ricerca sulle Svalbard citerei quello di Osthagen che evidenzia come L’autore evidenzia come all’epoca del trattato fossero già coinvolti più attori internazionali: “primarily Americans, Brits, Dutch, Germans, Norwegians, Swedes, and Russians had economic interests and activity there”2. Questa pluralità di interessi costituisce la base materiale che rende necessario un accordo internazionale.
La presenza russa: miniere, comunità e proiezione politic
Va aggiunto il dettaglio non irrilevante sul ruolo dell’URSS e poi della Russia, che in chiave attuale diventa l’altro attore importante della partita. Mosca dopo aver contestato il trattato riconobbe la sovranità norvegese nel 1924 e nel 1935 aderì formalmente al trattato, accettando il quadro istituzionale vigente ancora oggi. Mosca ha peraltro dimostrato di essere l’unico attore, oltre alla Norvegia, capace di sostenere una presenza civile significativa e continuativa, in origine legata allo sfruttamento delle miniere di carbone, e ciò ha consentito a Mosca di acquisire un peso politico che va oltre la lettera originaria del trattato. Subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale e per tutta la Guerra fredda, l’Unione Sovietica mantenne una presenza umana stabile nell’arcipelago, organizzata attorno agli insediamenti minerari di Barentsburg e Pyramiden, sull’isola principale di Spitsbergen, la più grande dell’arcipelago. Questa presenza, sostenuta attraverso la compagnia statale Trust Arktikugol, rappresentava non solo un interesse economico, ma anche uno strumento di proiezione politica in un territorio formalmente sotto sovranità di un paese occidentale.
Con l’ingresso nel nuovo secolo due processi hanno creato nuove condizioni che mettono a dura prova la tenuta del trattato: il cambiamento climatico e la rinnovata competizione tra potenze. Lo scioglimento dei ghiacci riduce barriere fisiche storiche e rende più accessibili rotte e risorse; al tempo stesso, la crisi delle relazioni tra Russia e Occidente dopo il 2014 e ancor più dopo il 2022 rende ogni questione giuridica dell’Artico un potenziale punto di frizione. In questo senso, il Trattato delle Svalbard è un documento storico ma che continua a produrre effetti nel 2026, perché istituisce un regime eccezionale che deve essere continuamente adattato a trasformazioni radicali del sistema internazionale, non ultimo quello delle sanzioni europee dopo l’invasione dell’Ucraina.
Il diritto del mare cambia le regole del gioco
Sul piano economico, l’altro grande mutamento da tener presente per comprendere ciò di cui stiamo parlando è l’emergere, nel diritto e nella pratica internazionale, del moderno diritto del mare. Il trattato del 1920 parla di territori e acque territoriali in un’epoca in cui il concetto di Zona Economica Esclusiva (ZEE) o di piattaforma continentale come sono oggi intese e regolate non era definito. Con la Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS, 1982), gli Stati costieri acquisiscono diritti sovrani su risorse fino a 200 miglia (ZEE) e sui fondali (piattaforma continentale). Questo crea una frizione interpretativa strutturale. Il trattato garantisce una “non discriminazione” sulla terra ferma, ma il dibattito si pone la domanda se gli stessi principi si estendono anche alle nuove zone marittime riconosciute dal diritto successivo. In altre parole la questione che oppone la Norvegia agli altri paesi e se il trattato regola solo l’accesso alle acque territoriali, lasciando al paese scandinavo la piena ed esclusiva sovranità sulla Zona Economica Esclusiva.
Quest’ultima è proprio la tesi di Oslo che ha istituito attorno alle Svalbard una “Fisheries Protection Zone” (FPZ) di 200 miglia, già nel 1977. La posizione norvegese è stata contestata da molti paesi firmatari compresa l’Unione Europea che sostengono che i diritti di non discriminazione del trattato debbano valere anche oltre le acque territoriali.
La nuova assertività di Oslo
In ogni caso proprio a seguito della crescita di rilevanza dell’Artico la Norvegia ha via via modificato la sua postura “collaborativa” avviando una politica di forte rivendicazione di sovranità. Alcuni episodi sono emblematici, è stato tolto il diritto di voto ai residenti stranieri sulle isole, sono state bloccate le vendite di terra ai cittadini stranieri, e soprattutto ha rivendicato fermamente la sovranità assoluta sui fondali oceanici circostanti le isole per centinaia di chilometri. Oslo ha anche iniziato ad usare in modo più visibile e sistematico strumenti di controllo su territorio, popolazione, infrastrutture e accesso economico.
Questa nuova politica nazionale verso l’arcipelago è stata fissata dapprima in un libro bianco del 2015–2016 con il quale viene dichiarata la centralità di Longyearbyen come comunità norvegese stabile. Il salto di qualità verso una posizione più assertiva si registra con un nuovo libro bianco (2023-2024) che collega direttamente il mutato quadro di sicurezza internazionale a una gestione più diretta dell’arcipelago e insiste sul fatto che proprietà statale di terra, società e infrastrutture è uno strumento chiave di politica interna. Il governo segnala che lo Stato possiede 98,75% della terra nelle Svalbard, che controlla direttamente grandi asset societari e che pertanto intende usare questa leva per orientare lo sviluppo dell’arcipelago in modo coerente con gli obiettivi nazionali3. Dal 2020 il Ministero del Commercio gestisce direttamente da Longyearbyen la terra di proprietà statale.
Il secondo obiettivo fissato dal libro bianco riguarda il controllo della composizione sociale e della presenza norvegese, proponendo un riequilibrio della popolazione nazionale, indicando anche il controllo pubblico degli alloggi come uno strumento per guidare la traiettoria demografica e sociale della città.
Dopo le modifiche normative, pur continuando a non essere necessario un visto o permesso di soggiorno per arrivare nelle Svalbard, Oslo ha rafforzato gli strumenti di controllo introducendo regole sui controlli d’identità nei movimenti e attribuisce al Governatore la facoltà di rifiutare l’ingresso o soggiorno e di espellere persone in determinate condizioni. Inoltre, dal maggio 2022 la dogana norvegese ha creato un’unità separata per controllare il movimento di merci nell’arcipelago, anche per evitare che Svalbard venga usata per aggirare le sanzioni da parte della Russia.
Questo cambio di atteggiamento emerge con particolare chiarezza se si osservano alcuni episodi recenti, che funzionano come veri e propri stress test della sovranità norvegese e che vi propongo di esaminare assieme: dal confronto con la Cina sulla gestione delle attività di ricerca, al blocco delle forniture dirette alle comunità russe dopo l’invasione dell’Ucraina, fino allo scontro legale con l’Unione Europea sullo sfruttamento delle risorse marine. In ciascuno di questi casi, Oslo ha scelto di sostenere un’interpretazione piena della propria sovranità, anche a costo di inasprire le relazioni con attori esterni.
Il caso dei “leoni cinesi”: simboli e controllo del territorio
Il primo episodio a cui mi riferisco è di fatto un caso minore, quasi di cronaca, ma dal forte valore simbolico, ed è conosciuto come il “caso dei leoni cinesi”. Ci troviamo a Ny-Ålesund uno dei principali hub scientifici dell’Artico, gestito dalla società statale norvegese Kings Bay AS, che ospita stazioni di ricerca di numerosi paesi, tra cui Cina, Germania, Italia, Francia e Regno Unito.
La presenza cinese, la Yellow River Station è stata inaugurata nel 2004. Nel 2021, i cinesi hanno installato due statue di leoni, elementi decorativi tradizionali dell’architettura cinese, all’esterno della propria struttura. L’anno successivo le autorità norvegesi hanno richiesto la rimozione delle installazioni ritenute non conformi alle procedure autorizzative e potenzialmente problematiche in termini di neutralità del sito, in quanto simbolicamente in contrasto con l’autorità norvegese sul territorio. La richiesta si è inserita in un contesto più ampio di rafforzamento della governance su Ny-Ålesund, dove Oslo ha progressivamente limitato attività considerate non strettamente scientifiche, inclusi elementi turistici o simbolici.
Le conseguenze immediate sono state limitate: non si sono avute escalation diplomatiche formali, né modifiche istituzionali dirette. Tuttavia, l’evento ha contribuito a consolidare una tendenza già in atto, ossia una maggiore attenzione norvegese verso tutte le presenze straniere, non solo russe, e una crescente sensibilità verso elementi percepiti come “footprint strategici” anche quando non economici o militari.
Il blocco delle merci russe: sanzioni, logistica e sovranità
Il secondo caso che vi propongo ha un profilo molto più rilevante e riguarda il blocco delle merci russe dirette a Barentsburg nell’estate del 2022. Il blocco ha rappresentato uno degli episodi più visibili della trasformazione di Svalbard da spazio artico a bassa conflittualità in un nodo di affermazione della sovranità norvegese. L’episodio è legato all’applicazione delle sanzioni contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
Nella primavera 2022 la Norvegia ha approvato una nuova tornata di misure restrittive contro la Russia4, allineandosi alle decisioni dell’UE. Tra le misure incluse vi era il divieto di trasporto di merci su strada da parte di operatori russi nel territorio norvegese, insieme a restrizioni portuali e ad altre limitazioni commerciali, come spiegato dal governo norvegese nel comunicato ufficiale
Subito a seguire Oslo aveva introdotto controlli specifici sulla movimentazione delle merci verso e da Svalbard, istituendo una entità doganale dedicata per monitorare flussi che prima erano meno rigidamente presidiati. Nel successivo White Paper su Svalbard, di cui abbiamo parlato precedentemente, il Governo ha poi chiarito che sia il controllo delle persone sia quello delle merci sono stati introdotti nella primavera del 2022 sono conseguenza del deterioramento del contesto di sicurezza, e che Svalbard è stata trattata come area in cui rafforzare il controllo nazionale”.
In questo quadro, una spedizione di circa 20 tonnellate di merci destinate a Barentsburg, inclusi generi alimentari e altre forniture essenziali, è stata fermata al valico di Storskog, l’unico punto di attraversamento tra Norvegia e Russia, per poi essere imbarcati. Barentsburg è abitata in gran parte da cittadini russi legati alla presenza storica della compagnia mineraria russa Arktikugol. La posizione ufficiale norvegese è stata che le sanzioni non erano dirette contro la popolazione di Barentsburg, bensì contro il vettore e la modalità di trasporto soggetti a restrizione nel territorio continentale norvegese. In altri termini, Oslo sosteneva che il regime sanzionatorio poteva essere rispettato senza negare l’approvvigionamento dell’insediamento russo, a patto di modificare la catena logistica.
L’episodio è diventato una controversia diplomatica aperta. Il Ministero degli Esteri russo ha convocato l’incaricata d’affari norvegese a Mosca per denunciare pubblicamente una “situazione inaccettabile”. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov usò toni ancora più netti, durante una conferenza stampa durante una sua visita in Bielorussia, affermando che la Russia non avrebbe lasciato la questione “senza risposta”5.
Il Governo norvegese reagì, da parte sua, insistendo su una distinzione fondamentale. Le sanzioni, secondo Oslo, si applicavano sul territorio continentale norvegese e riguardano il transito di trasportatori russi ma non revocavano i diritti di presenza russa a Svalbard. La controversia si spostò così dal terreno giuridico al terreno operativo sulla ricerca del modo per recapitare le forniture senza violare il quadro sanzionatorio. La soluzione arrivò il 6 luglio 2022, quando il Ministero degli Esteri norvegese comunicò di aver trovato una soluzione: i container sarebbero stati trasportati da operatori norvegesi fino a Tromsø e da lì inoltrati via nave nelle Svalbard6.
Le conseguenze di questa vicenda furono soprattutto politiche e simboliche. Per la Norvegia l’episodio ha confermato la necessità di trattare Svalbard come uno spazio che, pur restando civile e regolato da uno statuto speciale, non può essere lasciato fuori dall’architettura nazionale di controllo logistico, doganale e sanzionatorio. Il White Paper 2023–2024 lo dice con chiarezza: il controllo nazionale, anche su persone e merci, è diventato un obiettivo più marcato della politica di gestione delle isole. Da quel momento in poi Oslo ha reso più visibili gli strumenti di controllo sul territorio e sulle infrastrutture. Il blocco delle merci russe è stato dunque sia un incidente contingente, sia un sintomo di una più ampia trasformazione della governance dell’arcipelago.
Lo snow crab case: la sovranità arriva sui fondali
L’ultimo episodio che voglio qui menzionare è sicuramente il più importante per le implicazioni internazionali, perché sposta il confronto dal piano politico e amministrativo a quello giuridico-strutturale, incidendo direttamente sull’interpretazione del regime legale che governa l’Artico. A differenza dei casi precedenti, che riguardano l’esercizio della sovranità sul territorio e sulla popolazione, qui la partita riguarda la definizione stessa dei diritti economici nelle aree marittime circostanti le Svalbard, con effetti potenzialmente estesi ben oltre il singolo caso.
La decisione della Corte Suprema della Norvegia del 20 marzo 20237 nota come snow crab case, pronunciata in plenaria da quindici giudici, la Corte ha stabilito che il Trattato delle Svalbard del 1920 non attribuisce il diritto a soggetti terzi di catturare granchi delle nevi sulla piattaforma continentale al di fuori del mare territoriale delle isole. La Corte ha concluso all’unanimità che il rigetto si fondava su una corretta interpretazione del trattato.
L’evento è rilevante in termini di rischio perché non riguarda soltanto una singola attività economica o un contenzioso su licenze di pesca, ma tocca il nodo più sensibile della disputa contemporanea su Svalbard. In particolare si riferisce alla domanda se i principi di uguaglianza e non discriminazione previsti dal Trattato del 1920 si estendano o meno alle zone marittime create dal diritto del mare successivo, Questa impostazione è stata poi ribadita dal governo norvegese nel white paper su Svalbard Meld. St. 26 (2023–2024), che richiama espressamente la decisione del 20 marzo 2023 come chiarimento di un punto centrale della politica norvegese nell’arcipelago.
Il significato economico del caso è tutt’altro che marginale. Il granchio delle nevi è una risorsa commerciale di valore, e il suo sfruttamento ha implicazioni dirette per licenze, rendite, catene del valore ittiche e rapporti tra operatori del Nord Atlantico. Il contenzioso può essere letto come un esempio di come l’Artico stia passando da spazio di regolazione relativamente periferica a spazio di frizione economica ad alta intensità normativa.
Un ulteriore elemento da sottolineare è che la sentenza non ha chiuso definitivamente il contenzioso. Da un lato, la Norvegia può ora sostenere che la propria posizione è stata vagliata e confermata dal più alto organo giudiziario nazionale. Dall’altro, gli Stati che non condividono questa interpretazione non sono giuridicamente vincolati dalla sentenza norvegese in quanto tale e possono continuare a contestarla diplomaticamente o attraverso altri strumenti. In questo senso, l’evento va definito come una decisione chiarificatrice sul piano interno ma non risolutiva sul piano internazionale.
Svalbard come anticipazione del nuovo Artico. Perché Trump non parlava solo “da matto”
Se c’è un elemento che il caso Svalbard consente di cogliere con chiarezza, è che la trasformazione dell’Artico non passa necessariamente attraverso crisi aperte o rotture spettacolari, ma attraverso un progressivo riassestamento dello status quo. In questo senso, Svalbard non è tanto un’eccezione quanto un’anticipazione. Mostra come spazi a lungo considerati marginali possano diventare ambiti in cui gli Stati sperimentano strumenti più diretti di controllo, testano i limiti del diritto internazionale e ridefiniscono, in modo spesso incrementale, il perimetro della propria sovranità.
La questione, allora, non è se l’Artico diventerà un nuovo teatro di competizione - questo è certo - ma quale forma assumerà questa competizione. Se resterà incanalata entro regimi giuridici adattati progressivamente, o se invece questi stessi regimi finiranno per essere messi in discussione più radicalmente aprendo lo spazio a confronti “aperti”. Ed è proprio in questo che si gioca il significato e il destino geopolitico del Grande Nord nei prossimi anni.
Letta in questa prospettiva, anche la retorica americana degli ultimi anni assume un significato. Le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia - spesso liquidate come provocazioni estemporanee - appaiono piuttosto come una forma grezza ma rivelatrice di una consapevolezza strategica emergente. Ciò al netto di qualsiasi giudizio su di esse che non ci compete in questa sede. L’Artico non è più una periferia, ma uno spazio in cui si ridefiniscono accesso, controllo e proiezione di potenza. Non è necessario condividerne i toni per riconoscere che indicano una direzione. E se persino un attore tradizionalmente prudente come la Norvegia ha iniziato a muoversi in modo più assertivo, allora il punto non è più se l’Artico conti, ma quanto rapidamente stia cambiando il modo in cui gli Stati scelgono di accelerare questa tendenza.
UN Treaty Collection - https://treaties.un.org/Pages/showDetails.aspx?objid=0800000280203789
Østhagen Andreas (2024), The myths of Svalbard geopolitics: An Arctic case study, in Marine Policy, 167, 106183
Ministry of Justice and Public Security. (2024). Meld. St. 26 (2023–2024) Svalbard – Report to the Storting. Government of Norway - https://www.regjeringen.no/contentassets/f8407df1f6a641fbae2ca00f4509a64e/en-gb/pdfs/stm202320240026000engpdfs.pdf?
Ministro degli affari esteri, New sanctions against Russia incorporated in to Norwegian law, Press Release, 29 aprile 2022 - https://www.regjeringen.no/en/whats-new/new-sanctions-against-russia-incorporated-into-norwegian-law/id2910809/
Ministro degli affari esteri, Foreign Minister Sergey Lavrov’s statement and answers to media questions at a joint news conference with Foreign Minister of Belarus Vladimir Makei following talks, Minsk, June 30, 2022 - https://www.mid.ru/en/foreign_policy/news/1820108/
Russia and Norway agree to resolve Svalbard transit dispute, Euronews, 6 luglio 2022 - https://www.euronews.com/2022/07/06/russia-and-norway-agree-to-resolve-svalbard-transit-dispute
Corte Suprema della Norvegia, The Svalbard Treaty does not give a Latvian shipping company the right to catch snow crab on the continental shelf outside Svalbard, Supreme Court judgment 20 March 2023, HR-2023-491-P, (case no. 22-134375SIV-HRET), civil case, appeal against judgment - https://www.domstol.no/en/supremecourt/rulings/2023/supreme-court-civil-cases/HR-2023-491-P/



